Storia della chiesa

La costituzione di una sesta parrocchia cittadina era stata prevista fin dal 1845, ma tardò a realizzarsi per vari contrasti sulla sua ubicazione.

Nel 1882 la città ampliava i suoi confini urbani, il cosiddetto pomerio, includendo i sobborghi di Chiadino e Rozzol che facevano capo alla parrocchia di Sant’Antonio Nuovo ed erano in fase di espansione.

Un generoso benefattore, Federico de Seppi, industriale e proprietario di terreni nella zona, nel maggio del 1889 faceva dono al Vescovo di un fondo sulla via Petronio per erigervi una chiesa per i fabbisogni spirituali del nuovo rione.

La progettazione fu affidata agli architetti Giovanni Righetti (1827-1901) ed Enrico Nordio (1854-1923) che idearono un edificio di grande capienza. Il 19 luglio 1890, festa di San Vicenzo de’ Paoli, patrono delle opere di carità, venne posta la prima pietra e l’anno seguente fu dato avvio ai lavori. Terminata la parte absidale, venne chiusa con una facciata precaria in mattoni e assi di legno e, nel luglio del 1892, fu adattata al culto con un altare provvisorio in legno; anche il campanile era stato innalzato solo parzialmente.

I lavori vennero sospesi per mancanza di mezzi in quanto il Comune non ritenne di finanziare l’opera e di concedere il patronato per forti tensioni con la Curia. Vennero meno anche le contribuzioni dei cittadini. Il nuovo vescovo, Francesco Saverio Nagl (1902-1910) riuscì a superare le difficoltà e portare a compimento la fabbrica dopo 15 anni dagli inizi.

L’architetto Nordio modificò, riducendolo, il progetto iniziale. I lavori vennero ripresi nell’agosto del 1903 sotto la direzione del costruttore Francesco Ferluga e il 5 ottobre 1905 vi fu la solenne benedizione. Anche se molto era da completare nel nuovo edificio, la chiesa iniziò a funzionare e nel 1908 venne eretta a parrocchia. Fu solennemente consacrata nel 1930 dopo il compimento dell’altar maggiore. Il campanile venne finito appena nel 1935.

Secondo il gusto del tempo che suggeriva la ripresa degli stili storici del passato, gli architetti avevano scelto lo stile basilicale del Rinascimento italiano, monumentale e permeato di classicità.

Il corpo centrale della facciata è connotato nella parte superiore da un grande “occhio” affiancato danicchie riquadrate da paraste e si conclude con un timpano entro cui si apre un altro occhio circolare di piccole dimensioni. La parte inferiore forma un portico che introduce alle tre porte di ingresso ed ha la caratteristica particolare di fare parte del corpo della chiesa di cui sostiene, all’interno, la cantoria e l’organo che fu acquistato in Slesia presso i fratelli Rieger nel 1914 e incastonato in una cassa che riprende i moduli architettonici dell’edificio. Nel 1970 lo strumento fu sostituito con il nuovo organo della ditta Mascioni a 26 registri per un totale di 1535 canne, inserito nella cassa del precedente.

La maestosità dell’interno è accentuata dai sedici massicci pilastri che suddividendo lo spazio nelle tre navate reggono le spinte degli archi che ritmano in successive campate il soffitto coperto da volte a botte entro cui si aprono le finestre centinate che danno una naturale luminosità alla navata centrale, mentre quelle laterali e le cappelle che vi si affacciano sono a loro volta rischiarate da una serie di “occhi”. La struttura un po’ greve è animata da lesene con capitelli corinzi e da mensole a fasce.

L’intitolazione della chiesa al benefico Santo francese Vincent de Paul (1581 – 1660) da poco eletto da Leone XIII Patrono delle opere di carità (1885), fu suggerita dalla costituzione della prima Conferenza vicenziana nell’ambito della Società Cattolica Triestina.

San Vincenzo in gloria è effigiato sulla vetrata del rosone centrale della facciata; ai suoi piedi due figure inginocchiate rappresentano i poveri e il bimbo in braccio al Santo, l’infanzia abbandonata.

Le vetrate policrome, eseguite da una pregiata manifattura di Innsbruck, furono messe in opera per l’inaugurazione del 1905 e in parte sono dovute, come anche la pavimentazione in pietra bianca del Carso, alla munificenza di generosi donatori che fin dagli inizi hanno sostenuto il decoro della chiesa.

Le vetrate delle finestre furono offerte da due dame dell’aristocrazia triestina: a destra e a sinistra dell’ingresso sono effigiati rispettivamente San Marco e Sant’ Alfredo, in piedi, poggianti sullo stemma araldico dell’oblatrice, la baronessa Nina de Morpurgo.

Le due finestre verso il presbiterio raffigurano San Francesco (a destra) e San Federico (a sin.) con lo stemma di Emma de Seppi.

A queste si alternano aperture ad occhio sulle cui vetrate sono rappresentati   busti di Santi: a sinistra Sant’ Anna e Sant’ Ambrogio, a destra Santa Caterina, mentre Sant’Antonio che seguiva è stato successivamente tamponato dal grande dipinto con la Deposizione. Uno di essi fu donato dal Vescovo Nagl.

La parte absidale, edificata per prima (1892), è formata da un profondo presbiterio affiancato da due cappelle, completato nel 1930 con l’altare maggiore in marmi policromi dell’arch. Cornelio Budinis. Al centro emerge il tabernacolo con una preziosa portella dell’orafo M. Battaglia. Un elegante pavimento in tarsie marmoree proveniente dalla cattedrale di San Giusto fu messo in opera qualche tempo dopo. Nel 1981 è stato costruito l’altare verso il popolo e nel 2002 sono stati collocati gli stalli lignei lungo le pareti del presbiterio (disegno di Tarcisio Bosso).

Nella calotta campeggiano due dipinti di stile diverso: l’allegoria dell’ Apoteosi della Fede servita dalla penitenza e dalla castità dell’artista concittadino Carlo Wostry (1925) che stilisticamente risente dei modi della corrente “preraffaellita e nella fascia sottostante un grande fregio con la Gloria di San Vincenzo nelle sue opere di misericordia di Folco Iacobi (1998), artista toscano vissuto e operante a Trieste. È questa l’ultima opera d’arte creata per la chiesa. Le mani delle 38 figure che contornano il Santo, volutamente decentrato, si levano e s’intrecciano in atto di supplica e di fraterna solidarietà.

L’allegoria del Wostry è parte di un progetto incompiuto e contestato a suo tempo, di cui sono tornati in luce a seguito di un recente restauro i vigorosi simboli degli evangelisti, dipinti ai lati delle finestre.

Alle pareti laterali del presbiterio una coppia di grandi tele: a sinistra una Flagellazione e a destra un’ Incoronazione di spine, lascito alla chiesa del parroco mons. Nicolò Gligo (1927- 1945), ascrivibili alla prima metà del XVII secolo, di ambiente veneto – friulano influenzato dal manierismo post-tizianesco.

Delle due piccole absidi laterali, quella di destra è dedicata alla Madonna di Lourdes e quella di sinistra al Sacro Cuore; gli altari in onice di Sardegna e i tabernacoli in argento, opera del cesellatore Lino Legnaghi di Verona (1959) sostituirono quelli provvisori in legno.

I quattro lineari altari delle cappelle laterali in marmo sono completati da altrettante pale: sul primo di destra un Sant’Antonio, firmato “M. de Fumée 1910” e, come il corrispondente della nave sinistra con una Sacra famiglia, era presente nel patrimonio della chiesa almeno dal 1912 ; si tratta di modeste opere devozionali. Il secondo altare a sinistra esibisce invece un pregevole Ecce Homo del pittore triestino Antonio Lonza (1846 – 1918).

La cappella della navata destra fu decorata da Carlo Wostry (1924) con un Compianto sul Cristo morto che fu unanimemente apprezzato, lavoro offerto in memoria dei defunti della sua famiglia.

La scena è inquadrata entro una ricca cornice vegetale con palme ai lati e asfodeli e passiflore sull’arco che mettono in risalto la delicatezza del dipinto. Sul corpo del Cristo steso a terra si china la Madre circondata da altre figure; sullo sfondo campeggia la croce contro un cielo cilestrino.

La cornice, già ricoperta da uno strato di pittura uniforme, è stata recuperata da un attento restauro (2004).

L’arredo venne completato tra il 1957 e il ’60: nella prima cappella di sinistra è stato collocato il fonte battesimale su progetto dell’arch. Vittorio Frandoli (1959): un piedistallo regge una coppa in marmo greco con coperchio di rame brunito, coronato da una figura in bronzo di San Giovanni Battista dello scultore concittadino Carlo Sbisà (1889 – 1964); alla base corre una fascia con fregio sbalzato in cui pesci simbolici si rincorrono tra i flutti e la scritta, in latino, che ricorda l’azione salvifica dell’acqua battesimale. Sul lato una custodia in marmo con portelle in metallo dorato e sbalzato con scene alludenti al battesimo. Il tutto chiuso da una cancellata proveniente dalla chiesa di S. Maria Maggiore.

I dieci rosoncini delle navi laterali vennero ornati con vetrate della ditta Caron di Vicenza con simboli collegati alle opere di San Vincenzo.

La Via Crucis in terracotta patinata è di Guido Cremasco di Schio, autore anche del Crocifisso in legno di cirmolo e noce della navatella sinistra (1960).

Gli interventi di pulitura e restauro del presbiterio del 1998 hanno restituito alle strutture murarie il gioco studiato delle lesene scanalate e dei capitelli.

Un fondo di dipinti antichi che sono stati recentemente restaurati ed esposti in uno degli ambienti interni, si è formato con doni o lasciti di fedeli.